Nonna Emilia nasce in una primavera calda, di quelle che sanno di finestre aperte e pentole sul fuoco. È una storia che profuma di cucina emiliana tradizionale, di mani infarinate e di quella calma ostinata con cui si fanno le cose buone: un gesto alla volta, senza fretta e senza rumore.
Questa è la storia di Nonna Emilia: dalla locanda di famiglia sui colli bolognesi a un viaggio enogastronomico lungo la Via Emilia, fino alla trattoria dei nipoti che, dal 2011, porta avanti le ricette della nonna e la pasta fatta in casa con materie prime italiane selezionate.
Le origini: la locanda sui colli bolognesi
La passione per il buon cibo arriva presto, quando Emilia è ancora bambina. Mamma Adele e papà Adelmo la tengono accanto nella cucina della piccola locanda di famiglia: un posto semplice, ma sempre pieno di gente, risate e profumi che restano addosso.
In quella cucina Emilia impara la prima vera regola: la tradizione non è ripetizione, è cura. Non si trattava solo di “cucinare”, ma di dare forma a un’idea di casa.
Tra i ricordi più vivi, ci sono i piatti che diventano memoria:
Tortellini in brodo, con un brodo che “parla piano”
Tagliatelle al ragù, di quelle che chiedono tempo e rispetto
Lasagne verdi, ricche ma precise
Impasti, sfoglie, sughi: una grammatica che si impara con le mani
Emilia esploratrice: la curiosità per i sapori d’Italia
Emilia cresce con l’animo dell’esploratrice. E a un certo punto la collina non basta più: non per mancanza, ma per desiderio. Desiderio di conoscere l’Italia attraverso i mercati, i forni, i porti, le trattorie, le domeniche in famiglia.
Si racconta che partisse spesso con un quaderno e poche cose in valigia. Nel quaderno finivano dettagli che oggi sembrano piccoli, ma che fanno la differenza:
consistenze (“la sfoglia deve cedere, non rompersi”)
profumi (“il basilico non si strapazza: si tratta bene”)
equilibri (“il sale non copre: accompagna”)
Il mestiere: una cuoca “vecchio stampo” (che non amava farsi chiamare Chef)
Lavorando in tanti ristoranti, Emilia impara l’arte e i trucchi del mestiere. Diventa una cuoca verace, “a vecchio stampo”, attenta alla qualità e alla ricerca delle materie prime migliori. Non amava le etichette: “Chef” le sembrava distante. Lei preferiva che a parlare fosse il piatto.
Tre idee la accompagnano per tutta la vita:
Il tempo è un ingrediente (ragù, brodi, cotture lente)
La mano conta più del fuoco (consistenze, impasti, equilibrio)
La materia prima è rispetto (se è buona, non va mascherata)
E in ogni cucina raccoglie qualcosa: una tecnica, un modo di assaggiare, una regola non scritta che vale più di mille parole.
Le foto, gli eventi e i ricordi: quando la cucina diventa storia
Ci sono esperienze che non si dimenticano. Eventi, serate, incontri: momenti che restano impressi (e che oggi, in alcune foto alle pareti, raccontano una vita di cucina fatta sul serio).
Un aneddoto che chi l’ha conosciuta ripete con un sorriso: durante una cena importante, quando tutti aspettavano il “colpo di scena”, Emilia porta in sala una zuppiera e dice:
“Prima si scalda l’anima, poi si fa festa.”
Dentro, un assaggio di tortellini in brodo: semplice, vero, memorabile.
Il grande viaggio: 7 tappe lungo la Via Emilia (da Rimini a Milano)
A un certo punto, l’amore per la propria terra la richiama. Emilia decide di percorrere la Via Emilia e trasformarla in una mappa di sapori: ricette, prodotti, vini e tradizioni raccolti città dopo città.
Ecco le sette tappe principali del suo viaggio, con aneddoti e piatti che sembrano uscire da un quaderno macchiato di sugo.
1) Rimini: il mare e la leggerezza
A Rimini Emilia capisce che la cucina è anche luce e freschezza. Un pescatore le dice una frase che lei si porta dietro:
“Se profuma di mare pulito, è già mezzo piatto.”
E nel quaderno annota l’importanza di non coprire, ma valorizzare.
Piatti e richiami: piadina, preparazioni di mare essenziali, verdure semplici e precise.
2) Cesena: l’orto, le erbe e la stagione
Qui la terra diventa protagonista. In una piccola cucina, una cuoca le sussurra:
“Il sugo non è una ricetta, è un umore.”
Emilia impara a seguire la stagione come si segue una strada sicura.
Piatti e richiami: sughi “di giornata”, erbe aromatiche, sapori di collina.
3) Bologna: la sfoglia come lingua madre
Bologna è casa e scuola insieme. Una sfoglina anziana la fa lavorare in silenzio, poi dice:
“La sfoglia si stende quando smetti di comandarla.”
Emilia mette radici nella tecnica: rigore, pazienza, mano.
Piatti citati: tagliatelle al ragù, lasagne verdi, tortellini in brodo.
4) Modena: aceto balsamico e il valore dell’attesa
In una piccola acetaia, qualcuno le mostra le botti e le dice:
“Qui non si produce: qui si cresce.”
Da Modena Emilia porta via il culto dell’attesa e dei contrasti eleganti.
Piatti e richiami: paste ripiene, carni lente, gocce preziose di balsamico.
5) Reggio Emilia: Parmigiano e misura
In un caseificio, un casaro le fa assaggiare diverse stagionature:
“Il Parmigiano non è un sapore: è un paesaggio.”
Emilia capisce che l’equilibrio è una forma di rispetto.
Piatti e richiami: pasta fresca con Parmigiano, preparazioni essenziali e pulite.
6) Parma: salumi, ripieni e nobiltà semplice
Al mercato, un salumiere le porge un assaggio e sorride:
“Questo non si vende, si racconta.”
Parma le insegna la ricchezza che non ostenta.
Piatti e richiami: cappelletti, paste ripiene, selezioni di salumi.
7) Milano: l’eleganza del gesto pulito
Milano chiude il cerchio con un’energia diversa: più essenziale, più verticale. Un cuoco le dice davanti a un risotto:
“La cremosità non si spinge: si accompagna.”
Piatti citati: risotto alla milanese, cotoletta fatta con criterio, cucina lombarda di sostanza.
Dalla storia alla tavola: cosa significa oggi “Nonna Emilia”
Il viaggio diventa eredità: non un museo, ma un lavoro quotidiano. Ed è qui che entra in scena la trattoria dei nipoti.
Dal 2011, la tradizione di famiglia continua con una promessa concreta (non urlata, ma praticata):
pasta fatta in casa
materie prime italiane selezionate
ricerca costante di prodotti e sapori lungo le terre della Via Emilia
ricette che rispettano la memoria, con una cura contemporanea
Perché la tradizione, quando è viva, non copia: interpreta senza tradire.



